Lieto fine – Parte II

Appurate le contraddittorie emozioni che un lieto fine mi suscita, la mia riflessione sull’argomento si era pressoché conclusa. Incapace di decidere se apprezzarlo o considerarlo scontato, avevo deciso di non pormi più il problema, e affrontare libri e film seguendo di volta in volta il mio istinto e il periodo da me vissuto.

Ed ecco che una conversazione con le amiche ha riaperto in me la questione, con un taglio differente questa volta. Ammettendo che un lieto fine esista e che sia collegato ad una fine felice, la domanda che una di noi (G. Z.) si è posta è stata: “felice per chi?”
Partiamo da un esempio in negativo. Anni fa ho scritto un testo intitolato Sui passi del cuore (lo puoi leggere qui), inviato ad un concorso dal titolo Parole di felicità. Il tema, dunque, sarebbe dovuto essere la felicità ed io l’ho descritta a mio modo (allerta spoiler): un ragazzo comincia, poco più che bambino, a tener traccia su carta dei momenti nei quali prova questo sentimento e con il passare degli anni si accorge che gli appunti sono sempre più sporadici. Ma non è questo quello che ci interessa per questa riflessione. Il testo è una lettera che rivolge ad un’amica che per anni aveva sofferto di disturbi di vario genere, arrivando a togliersi la vita. Il fine, quindi, non è certamente lieto. Eppure, se il lieto fine corrisponde con una fine felice, non possiamo forse dire che per la ragazza in questione la fine della propria esistenza abbia rappresentato una forma di sollievo? Mi si potrebbe contestare che il suicidio non è la soluzione in nessun caso, ma io ribatto dicendo che non possiamo sapere come ci comporteremmo trovandoci in una determinata situazione. Fossimo allo stremo delle forze, consapevoli che potremmo solo farci e fare agli altri ancora più male, non preferiremmo farla finita? In questo momento mi viene in mente la frase pronunciata da Di Caprio in Shutter Island, in un finale che lascia molti dubbi: “meglio vivere da mostro o morire da uomo per bene?” Credo possa essere in qualche modo collegata al discorso appena fatto, ma lascio a voi valutare se il mio sia solo un volo pindarico privo di fondamento.
Comunque, dicevo, al mio testo – in linea teorica – non sarebbe possibile accostare la dicitura lieto fine poiché porta estrema tristezza nel protagonista e, senza dubbio, ad altre persone nell’orbita della ragazza.
Quindi questo mi porta a chiedere: come si fa a definire un lieto fine? Lo è solo se caratterizzato da fiorellini ed orpelli? Solo se i personaggi della storia riescono a raggiungere i propri obbiettivi? Ma chi ci dice che raggiungendoli non portino tristezza nella vita di qualcun altro?

Forse ci stiamo discostando dalla mera finzione, per ragionare in termini reali e chiedersi “esiste una fine felice”? La mia amica, domandandoselo implicitamente, si è anche risposta con “non esiste una fine felice, o meglio, esiste ma da qualche parte potrebbe creare tristezza”. Mai affermazione fu più illuminante.
Non mi ero mai posta il problema in questi termini e proseguendo nella conversazione abbiamo ragionato su un esempio in particolare. Prendiamo come “caso di studio” quello che più genericamente si intende come lieto fine: una giovane coppia, dopo mille peripezie ed inconvenienti, dopo tantissimi tentativi di conquista e rifiuti dati per paura di deludere qualcuno, riesce a coronare il proprio sogno stando felicemente insieme, sposandosi in riva al mare con un ultimo fermo immagine di loro che, ridendo, scappano dagli invitati che applaudono e lanciano riso/fiori.
Ma facciamo delle ipotesi. I due si sono incontrati, come capita nelle migliori commedie romantiche da trasmettere con l’avvicinarsi del Natale, in un bar, entrambi volevano quell’ultimo cornetto e lui, poco galantuomo, non cede e va via mangiandolo sornione. Bene, potrebbe esser finita qui no? Invece casualmente lei ha un colloquio di lavoro e, guarda caso, il tipo al quale aveva detto le peggio insolenze la mattina, è colui che dovrà darle lo stipendio per gli anni a venire. Lui il classico freddo uomo in carriera, lei romanticona che sta già preparando le nozze. Non si sopportano ma poi tac, scatta la scintilla e inizia un serrato corteggiamento da parte del mitico mangia-cornetto. La nostra amica capisce di essere attratta ma no, non sa e poi lui è uno str**** e poi sta con Gianpiero da troppi anni e al matrimonio mancano pochi mesi, no no non si può proprio. Ma Uomo-In-Carriera non demorde (d’altronde per arrivare nella posizione in cui è si capisce possa esser uno che non molla) e alla fine lei cede. Lui diventa carino e coccoloso, inizia pure a far volontariato tanto di renderla felice e lei va d’accordo con i suoceri, nonostante all’inizio la guardino come una stracciona. Si sposano e tutti sono felici e contenti.

Eh no, non tutti! E del povero Gianpiero cosa si può dire? Mollato a due passi dal matrimonio, dopo anni di fidanzamento e dopo averla sempre sostenuta si ritrova con la vita in frantumi. Per lui non è tanto un lieto fine questo. Con ciò non sto sostenendo che la ragazza in questione avrebbe dovuto sposare Giampy nonostante l’amore per Cornetto, ma sto cercando di mettere in luce come la felicità dipenda dai punti di vista. Perché sì, il film finisce bene, magari a chi lo sta guardando scappa anche la lacrimuccia, ma se si trattasse della vita, quella vera, le conseguenza sarebbero ben peggiori.
Ci sarebbe un ragazzo che si è visto portar via ogni progetto, ogni certezza e che sa non esista modo per riavere indietro tutto.
Guardando la situazione con i suoi occhi, potremmo ancora parlare di lieto fine?
La mia amica è giunta alla conclusione che, soprattutto se si pensa all’amore, il lieto fine può semplicemente essere una cosa egoistica. Vi sfido a contraddirla.

Forse per troppi anni ci siamo concentrati sull’evento conclusivo, senza andare oltre e capire cosa questo evento potesse nascondere. Mi piacerebbe provare a scrivere una storia su coloro che non risultano essere i protagonisti, esplorare i loro sentimenti e comprendere come quella fine felice abbia causato in loro un turbinio di emozioni negative, come si siano sentiti persi.
E così è anche nella vita, quando “facciamo il tifo” affinché il ragazzo che piace alla nostra amica le mostri interesse e per questo lasci la fidanzata. O quando un gruppo di uomini invita un collega in un locale di dubbio gusto, portandolo poi a mentire alla moglie. C’è sempre qualcuno che ci rimette, qualcuno che soffre e ciò rende difficile qualsiasi scelta, pensiero.

È come quando vedi un figlio raggiungere alcuni traguardi della propria vita, partecipi alla sua gioia, la senti scoppiare in te, ma ci sarà sempre quel piccolo granello di malinconia nell’accorgerti di quanto stia crescendo in fretta, di come la vita stia correndo via. E poi lo sai che la sua sarà una felicità temporanea, perché quando poi avrà trovato lavoro sarà stressato e stanco, che quando avrà dei figli sarà pieno di preoccupazioni, che quando vedrà i propri bimbi crescere starà proprio come te.
Dipende solo dal punto di vista.

In conclusione, possiamo rispondere a cosa sia il lieto fine?
Forse si tratta semplicemente di un topos della letteratura che non può veramente attuarsi nella vita reale, perché questa non si ferma con l’ultima pagina o l’ultima inquadratura.
Forse è un concetto astratto che, saltuariamente, come una cometa passa nell’esistenza di qualcuno rischiarandola per un breve periodo.
E quindi, possiamo amare qualcosa di così difficilmente definibile?
Credo la risposta non sia univoca, come univoco non è il modo in cui guardare al lieto fine.

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